Lingua e cultura giapponese

Il genkan: la soglia della casa e dell’anima

Nel ricca tradizione giapponese, il genkan (玄関) è ben più di un mero ingresso; è una soglia profonda, uno spazio meticolosamente progettato che demarca il confine tra il mondo esterno considerato profano e il sacro santuario della casa. Comprendere veramente il genkan significa addentrarsi nel cuore della cultura giapponese, nei suoi valori profondamente radicati di purezza rituale, pulizia e nel delicato equilibrio tra esistenza pubblica e privata, il tutto mentre protetto sottilmente dal kegare (穢れ), l’impurità.

La genesi del genkan è profondamente radicata nell’evoluzione dell’architettura domestica giapponese. Sebbene spazi d’ingresso rudimentali esistessero già in precedenza, il genkan come lo conosciamo oggi ha acquisito importanza durante il periodo Edo (1603-1868). Quest’epoca vide le case sempre più definite e separate dagli spazi di lavoro e dalle aree agricole, rendendo necessaria una transizione più formale dal mondo esterno.

Il genkan emerse quindi come risposta a questa evoluzione della coesistenza sociale e spaziale, solidificando questo spazio sia come un punto d’ingresso distinto sia come un luogo dedicato alle interazioni sociali prima di poter entrare nel privato. Nacque quindi da un bisogno sia di separazione sia spaziale che sociale, segnando un chiaro punto d’ingresso e un luogo dedicato alle interazioni sociali prima di accedere alla sfera privata.

Il significato del genkan è stratificato e profondamente intrecciato con il concetto di kegare. A livello pratico, il genkan funge da area designata per togliersi le scarpe, un’usanza profondamente radicata nella cultura giapponese e intrinsecamente legata alle nozioni di igiene e purezza.

Entrare nel genkan non è solo una questione di praticità; è un atto spesso inconsapevole di purificazione rituale, lasciare indietro il potenziale kegare del mondo esterno, non solo la polvere e la sporcizia ma anche le impurità simboliche, prima di entrare in uno spazio più pulito e ritualmente puro. Questo atto di togliersi le scarpe non riguarda meramente la pulizia fisica; è un gesto di rispetto per la casa e i suoi abitanti, riconoscendo la sacralità della sfera domestica e cercando di prevenire l’intrusione del kegare.

Oltre al suo ruolo funzionale, il genkan incarna la dicotomia culturale di uchi (内, interno) e soto (外, esterno) di cui abbiamo già parlato all’interno di questo blog. 

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Il genkan funziona come una zona liminale, uno spazio cuscinetto che gestisce con cura le interazioni tra soto, il mondo esterno, potenzialmente contaminato dal kegare, e uchi, il mondo privato, interno della casa e della famiglia, uno spazio idealmente mantenuto puro e libero da ogni contaminazione.

È uno spazio di transizione dove ci si spoglia dei ruoli sociali e delle energie appartenenti al soto, incluso il potenziale kegare, e ci si prepara a entrare nell’intimità e nella purezza dell’uchi. Questa separazione spaziale, rafforzata dal genkan, rispecchia sottilmente l’enfasi giapponese sul mantenimento dell’armonia sociale in pubblico, valorizzando profondamente la privacy e la preservazione della purezza all’interno della casa.

Il genkan non è solo una barriera contro il kegare, ma è storicamente anche un luogo destinato alle interazioni sociali. Serviva come luogo per accogliere gli ospiti, condurre brevi scambi e ricevere consegne, il tutto all’interno dello spazio adiacente del soto.

La netta differenza di altezza tra il pavimento del genkan (tipicamente più basso) e il pavimento principale della casa (rialzato) accentuava ulteriormente la separazione di questi regni, rafforzando sia fisicamente che simbolicamente il confine con il mondo esterno. Gli ospiti generalmente erano tenuti a rimanere nel genkan a meno che non fossero esplicitamente invitati ad entrare in casa, una sorta di protocollo spaziale che rifletteva anche le gerarchie sociali e il grado di intimità e fiducia con i visitatori, salvaguardando ulteriormente la parte privata.

Durante il periodo Edo, nelle residenze di aristocratici e samurai, il genkan assunse un significato ancora più pronunciato, riflettendo il loro status sociale e la necessaria ricerca di sicurezza. I genkan delle case dei samurai specialmente erano spesso più spaziosi e costruiti in modo più robusto rispetto a quelli delle case comuni, incorporando talvolta elementi che trasmettevano autorità e preparazione all’azione contro eventuali nemici.

Pur mantenendo la funzione principale di separare soto e uchi e prevenire il kegare, questi genkan potevano includere robuste strutture in legno e un senso di formalità che si allineava con il carattere dei samurai

Al contrario, le nagaya (長屋), le classiche case in legno a un piano dove viveva la  gente comune, tipicamente mancavano di un genkan vero e proprio. Queste abitazioni avevano dei pavimenti in terra battuta, con una transizione verso una piccola area con pavimento in legno prima di raggiungere le stanze le stanze più interne.

Questo concetto architettonico può ancora essere osservato nelle moderne case giapponesi, evidenziando l’evoluzione e l’adattamento del genkan attraverso diversi strati sociali e periodi storici. Indipendentemente dalle dimensioni, il genkan è spesso considerato il “volto” della casa. Riflettendo questo, molte famiglie giapponesi lo decorano con dipinti, fiori, bambole o fotografie di paesaggi, infondendo un loro tocco personale a questo spazio di soglia con il mondo esterno.

Questa enfasi sulla separazione tra interno ed esterno è ulteriormente incarnata nella struttura tradizionale del genkan stesso. Le case giapponesi classiche spesso presentano un ingresso a gradini, che delinea chiaramente il genkan dallo spazio abitativo principale.

Il tataki (叩き), un’area con pavimento in terra battuta o cemento, è spesso al livello più basso, fungendo da spazio immediato per entrare dall’esterno e togliersi le scarpe. Un gradino in legno rialzato, noto come kamachi (框), eleva quindi il pavimento interno, creando un distinto confine fisico e visivo. Questa struttura a gradini è un segno distintivo del design tradizionale del genkan, che rafforza potentemente la transizione dal soto all’uchi e funge da chiara demarcazione contro l’intrusione del kegare.

Nel corso del tempo, il genkan si è facilmente adattato all’evoluzione degli stili di vita e all’estetica architettonica moderna. I genkan tradizionali delle case giapponesi più antiche, con i loro spaziosi tataki e kamachi prominenti, sono spesso generosamente proporzionati, dotati di armadietti per le scarpe (下駄箱, getabako) e ampio spazio per il movimento e lo scambio sociale.

Tuttavia, negli appartamenti e nelle case contemporanee, attente all’utilizzo dello spazio, il genkan è spesso diventato più compatto, evolvendosi talvolta in una nicchia snella e stretta. In molte case moderne, sebbene il kamachi possa essere meno pronunciato o addirittura assente per ragioni di accessibilità, l’area designata del genkan e la pratica di togliersi le scarpe persistono. Nonostante queste trasformazioni spaziali, lo scopo fondamentale, separare uchi e soto e fungere da prima linea di difesa contro il kegare, del genkan (玄関) resistono tenacemente all’evolversi delle soluzioni architettoniche.

Nelle case giapponesi contemporanee, il genkan rimane un elemento indispensabile, nonostante i design minimalisti. Sebbene le sue dimensioni fisiche possano essersi ridotte e la struttura a gradini semplificata se non del tutto assente, il rituale radicato della rimozione delle scarpe, la transizione da soto ad uchi e dal potenziale kegare (穢れ) alla purezza domestica, rimangono profondamente significativi.

I design moderni del genkan possono incorporare estetiche contemporanee ed eleganti ma continuano a funzionare come la porta d’accesso alla casa, uno spazio che prepara sia il corpo fisico che lo spirito per l’ingresso in un mondo privato e ritualmente protetto.

Il genkan, quindi, va oltre la mera funzione architettonica; può essere considerato un potente microcosmo culturale, che riflette i valori giapponesi fondamentali, le dinamiche sociali e le credenze spirituali riguardanti la purezza. È uno spazio di transizione, purificazione, rispetto e sottile difesa rituale, che incarna il delicato equilibrio tra il pubblico e il privato, l’esterno e l’interno, e il puro e il potenzialmente impuro.

Calpestare il pavimento del genkan non è semplicemente entrare in un’abitazione; è varcare una soglia nello stile di vita giapponese, uno spazio dove rituali sottintesi e tradizione si intrecciano fluidamente con la vita quotidiana.



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