
Tomobiki: il giorno che attira gli amici… o la sfortuna?
Immagina per un attimo di vivere nel Giappone antico, dove il tempo non scorre solo in ore e minuti, giorni e settimane ma si muove al ritmo di un ciclo chiamato rokuyō (六曜), un sistema di sei giorni nato in Cina nel XIV secolo e sbarcato nell’arcipelago nipponico durante l’epoca Edo (1603-1868). Non è solo un calendario: è una bussola per la vita, un’eco del passato che ancora oggi guida le scelte di molti giapponesi. Matrimoni, funerali, contratti di lavoro e spesso per i più superstiziosi persino una semplice uscita tra amici: nulla sfugge al rokuyō e ai suoi sei giorni conosciuti come senshō (先勝), tomobiki (友引), senbu (先負), butsumetsu (仏滅), taian (大安) e shakkō (赤口), stampati ancora oggi su molti calendari calendari che si trovano in commercio e persino su Outlook!
Oggi, 18 marzo 2025, il Giappone si sveglia sotto il segno di tomobiki (友引), un nome che nasconde un enigma nei suoi kanji: 友 (tomo), “amico”, e 引 (hiki), “tirare”. “Tirare un amico”: un’immagine curiosa, quasi poetica. Ma cosa significa davvero? Preparati a scoprire un giorno dalle due facce, un intreccio di festa e timore che pulsa nel cuore della cultura giapponese.
Da un lato, tomobiki è il re delle celebrazioni. È il giorno in cui si brinda alla felicità, in cui si celebrano i matrimoni e gli sposi sognano di “attirare” gli amici in un vortice di gioia condivisa. Un’evoluzione affascinante, se pensi che in origine tomobiki voleva dire “condividere vittoria o sconfitta” (共に引き分け, tomo ni hikiwake), un pareggio tra compagni di lotta, poi trasformato poi in un invito simbolico, un richiamo a raccolta le persone care (友を引くtomo o hiku).
Ma attenzione: c’è un’ombra che si allunga su tomobiki. Guai a organizzare un funerale sotto questo cielo! La tradizione crede che la morte, subdola, potrebbe “tirare” con sé anche gli amici del defunto, trascinandoli in un destino infausto. È un’idea che fa rabbrividire, e non a caso i templi e le tombe di famiglia rimangono vuoti in questo giorno, mentre le famiglie aspettano con pazienza un momento più propizio per dire addio ai propri cari.
E poi c’è il ritmo del tempo, che in tomobiki possiamo dire che fa un po i capricci. La mattina e la sera sono considerate di buon auspicio. Ma il mezzogiorno, tra le 11 e le 13, ovvero durante il periode del bue (丑の刻, ushi no koku), tutto cambia: è un momento da evitare, un’ombra che si allunga minacciosa e che i più superstiziosi scansano con cura. Pianificare un evento nel giorno di tomobiki diventa spesso una corsa ad ostacoli tra luce e oscurità.
Nonostante lo scetticismo dei più e la chiara mancanza di basi scientifiche, il rokuyō resiste, e tomobiki ne è il simbolo vivente. È un ponte tra passato e presente, un rituale che le generazioni più anziane custodiscono gelosamente, sfogliando calendari con lo stesso rispetto di un monaco intento nella lettura di un sutra. Per i giovani, forse, è solo una curiosità, ma per molti resta una guida silenziosa, un’eco di tempi lontani.
Ecco tomobiki: un giorno che unisce e divide, che canta un ode alla vita e teme la morte, un frammento di Giappone dove il folklore si mescola alla quotidianità con una magia tutta sua.

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